Il bicchiere mezzo pieno
Partiamo dai numeri, perché sono buoni. Nel 2025 il ruolo internazionale dell’euro è cresciuto in modo moderato, attestandosi intorno al 20% sui principali indicatori di utilizzo valutario, una quota di circa cinque punti percentuali superiore al peso dell’area euro nel prodotto globale. Tradotto: l’attrattiva internazionale dell’euro eccede il suo peso economico. Resta saldamente la seconda valuta del sistema monetario internazionale, dietro un dollaro che mantiene il 57% delle riserve globali, ma davanti a tutti gli altri.
Alcuni dati spiccano. L’emissione di debito internazionale denominato in euro ha toccato il livello più alto dalla nascita della moneta, superando 1.100 miliardi di dollari, in crescita di circa il 30% sul 2024. Soprattutto, l’euro è diventato per la prima volta la valuta di riferimento del mercato globale delle obbligazioni verdi e sostenibili, scalzando il dollaro. Gli afflussi netti di portafoglio verso l’area euro hanno sfiorato gli 850 miliardi, vicino ai massimi storici. E in più occasioni di stress dei mercati, nel 2025 e all’inizio del 2026, l’euro si è comportato da valuta rifugio – un ruolo che storicamente gli era estraneo.
Il bicchiere mezzo vuoto
Qui comincia la parte scomoda. Perché se l’ordine monetario si sta davvero frammentando – e si sta frammentando – l’euro non è l’unico, e forse nemmeno il principale, beneficiario.
Il dato più eloquente riguarda l’oro. Le banche centrali hanno rallentato gli acquisti nel 2025, a circa 850 tonnellate dalle oltre mille degli anni precedenti, ma restano ben sopra le medie storiche. La quota dell’oro sul totale delle riserve ufficiali è salita al 27%, superando sia l’euro (15%) sia i titoli del Tesoro USA (22%). Gran parte è effetto del prezzo, certo: corretto per le valutazioni, l’oro torna alla pari dell’euro intorno al 16%. Ma la direzione conta più del livello. I maggiori acquirenti – Cina, Polonia, Turchia, India – sono in larga parte paesi esposti a rischi geopolitici elevati. L’oro è una scommessa contro la fiducia, e contro tutte le valute fiat, euro incluso.
C’è poi il renminbi. Nelle riserve resta marginale, intorno al 2%, ma sul mercato dei cambi globali è la valuta che cresce di più, salita a circa il 9% nel 2025. E mentre l’euro perdeva terreno nel trading valutario, scendendo verso il 28,5%, Pechino costruiva infrastruttura. Il sistema di pagamenti cinese CIPS ha visto l’attività di regolamento aumentare di oltre un terzo nei giorni attorno allo scoppio della guerra in Medio Oriente; secondo diverse ricostruzioni, alcune navi hanno pagato in renminbi o in cripto-attività per transitare lo Stretto di Hormuz tra marzo e aprile 2026. Il 1° febbraio 2026 Xi Jinping ha chiesto apertamente che il renminbi diventi una valuta di riserva globale: una delle dichiarazioni più esplicite mai fatte sull’ambizione monetaria cinese. A questo si aggiungono lo yuan digitale che domina la piattaforma mBridge, la proposta indiana di collegare le valute digitali delle banche centrali BRICS, le stablecoin agganciate al rublo per aggirare le sanzioni. La frammentazione non è una previsione: è un’architettura in costruzione.
Perché è una questione di sicurezza economica
Ed è qui che il rapporto BCE incrocia il tema che attraversa tutta la politica europea degli ultimi due anni. La moneta non è un dossier tecnico isolato: è un pilastro della sicurezza economica, accanto allo screening degli investimenti esteri, ai controlli sull’export e allo strumento anti-coercizione. Una valuta usata a livello globale è uno scudo contro le pressioni esterne e una leva di influenza. Una valuta confinata al proprio mercato è un punto di vulnerabilità.
La BCE lo dice senza giri di parole: il potenziale globale dell’euro poggia su tre pilastri – resilienza economica, integrità giuridico-istituzionale e credibilità geopolitica. Sono esattamente le tre dimensioni su cui l’Unione fatica di più. Al vertice dell’Eurozona del 19 marzo 2026 i leader hanno riconosciuto che la posizione internazionale dell’euro dipenderà dalla forza economica e geopolitica dell’Europa e dalla sua capacità di restare un partner affidabile e prevedibile. Parole giuste. Il problema sono i fatti.
Perché la lista delle condizioni che servono è nota da anni e resta in larga parte sulla carta: completare il mercato unico, costruire mercati dei capitali più profondi e liquidi, portare a casa l’unione del risparmio e degli investimenti, creare un bacino di debito pubblico europeo comune sicuro e liquido. Senza scala, l’euro non attrae capitali per i propri meriti. E senza un’offerta credibile di “safe asset” europeo, gli investitori globali continueranno a ripiegare sui Treasury americani anche quando il dollaro li delude – come dimostra il fatto che i titoli USA detenuti dalle istituzioni ufficiali presso la Fed di New York, pur scesi a marzo 2026 al minimo dal 2012, restano l’asse portante delle riserve mondiali.
La finestra
Sul fronte degli strumenti, la BCE si muove: l’euro digitale in preparazione, la facility di liquidità EUREP estesa a perimetro globale a febbraio, i progetti Pontes e Appia per collegare l’infrastruttura europea alle nuove tecnologie di regolamento, il collegamento del sistema di pagamenti istantanei TIPS con l’India previsto per il 2027. Sono mosse necessarie. Ma sono il tetto di una casa la cui struttura portante – l’integrazione fiscale e dei capitali – è ancora incompleta.
L’immagine che resta, chiuso il rapporto, è quella di una finestra. La frattura geoeconomica ne ha aperta una per l’euro, com’era già accaduto dopo il 2014 e il 2022: ogni volta che il dollaro viene usato come arma o che le scelte di Washington erodono la fiducia, una parte del mondo cerca alternative. L’euro è la più ovvia. Ma una finestra aperta non è una porta varcata. E mentre l’Europa discute tempi e modi dell’unione dei capitali, altri – Pechino su tutti – costruiscono i propri canali a velocità sostenuta.
La crescita “moderata” certificata dalla BCE è, in fondo, il verdetto su un’occasione gestita con prudenza in un momento che chiederebbe ambizione. La finestra è aperta. Quanto resterà tale dipende, ancora una volta, non da Francoforte ma da Bruxelles.