Doveva essere il fiore all’occhiello del semestre digitale di Henna Virkkunen. Il Tech Sovereignty Package – il pacchetto con cui la Commissione europea intende ridurre la dipendenza dell’Unione dalle infrastrutture cloud e dai semiconduttori statunitensi – era atteso domani, mercoledì 27 maggio, sul tavolo del Collegio dei Commissari. Non sarà così. Secondo quanto risulta da un documento interno SEC(2026)2567 confermato ieri da Euractiv e Digital Watch Observatory, la presentazione è stata spostata al 3 giugno. È il quarto rinvio: prima il 25 marzo, poi il 15 aprile, poi il 27 maggio, ora il 3 giugno. La Commissione, interpellata, non ha fornito ragioni ufficiali.

Le ragioni, però, le ha fornite il contesto. Nelle settimane precedenti l’ennesimo slittamento, l’ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione, Andrew Puzder, ha intensificato una campagna pubblica contro l’impianto regolatorio digitale europeo che dura ormai dal suo insediamento. A fine marzo, intervistato su CNBC, Puzder aveva avvertito che «se regolate fuori dal continente le aziende americane, non sarete parte dell’economia dell’intelligenza artificiale»: un avvertimento esplicito sul fatto che data center, dati e hardware stack AI necessari all’Europa passano per fornitori statunitensi. Più di recente, ha annunciato che l’amministrazione Trump trasmetterà alla Commissione submission formali sui propri rilievi al Digital Markets Act e al Digital Services Act, sostenendo che – pur scritti in linguaggio neutro – colpiscono in modo sproporzionato le imprese americane.

Il pacchetto rinviato è esattamente il terreno su cui questa partita si gioca.

Cosa c’è nel pacchetto

Il Cloud and AI Development Act (CAIDA o CADA, a seconda di chi lo nomina) è una proposta di regolamento basata sull’articolo 114 TFUE, dunque a effetto diretto in tutti gli Stati membri. Gli obiettivi dichiarati dalla DG CNECT, presentati nel programma di lavoro 2026 della Commissione e ribaditi nelle scorse settimane dalla stessa Virkkunen, sono ambiziosi: triplicare la capacità di data center dell’Unione entro il 2030 e coprire integralmente, entro il 2035, il fabbisogno di calcolo di imprese e pubbliche amministrazioni europee. Per farlo, il regolamento intende identificare siti idonei, semplificare il permitting nazionale, condizionare il sostegno pubblico a criteri di sostenibilità ed efficienza energetica, e – punto politicamente più sensibile – fornire una definizione giuridica di «cloud sovrano».

Quest’ultimo è il vero nodo. Secondo il briefing dell’EPRS pubblicato lo scorso dicembre, gli Stati membri non sono finora riusciti a concordare i requisiti di un cloud sovrano nemmeno attraverso lo schema di certificazione cybersecurity proposto dall’ENISA. I dati che la Commissione tiene sul tavolo restano impietosi: i fornitori europei detengono meno del 13% del proprio mercato continentale, mentre tre hyperscaler statunitensi – Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud – ne controllano circa il 65%. L’European DIGITAL SME Alliance stima il deflusso annuale verso fornitori non-UE in oltre 260 miliardi di euro.

A fianco del CAIDA, il pacchetto comprende il Chips Act 2, che dovrebbe correggere le insufficienze del Chips Act del 2023 – la valutazione critica della Commissione è stata pubblicata in Q1 2026 – più una strategia open source e una roadmap per la digitalizzazione e l’AI nel settore energetico. Anche su quest’ultima componente, Euractiv segnala incertezza sulla pubblicazione effettiva.

Il fattore Washington

Sarebbe ingenuo leggere i rinvii come puro inceppamento burocratico. Le anticipazioni di inizio maggio della CNBC, basate su fonti della Commissione, hanno rivelato che alcuni servizi di Bruxelles stavano valutando di limitare l’uso di piattaforme cloud statunitensi per il trattamento dei dati governativi più sensibili. La precisazione fornita allora – che la misura non riguarderebbe il settore privato – è stata sufficiente a innescare una reazione diplomatica visibile. È in questo solco che si collocano le dichiarazioni di Puzder e, secondo le ricostruzioni di Euractiv, è alle sue concerns che il rinvio del 3 giugno sarebbe direttamente legato.

Si aggiunga un contesto già sufficientemente carico. Negli ultimi diciotto mesi la Commissione ha comminato sanzioni che totalizzano oltre tre miliardi e mezzo di euro a società statunitensi. La risposta di Washington si è articolata su più livelli: minaccia di tariffe ritorsive, il documento di sicurezza nazionale dello scorso autunno che – nella sezione dedicata all’Europa, intitolata A Proposal for European Greatness – invitava l’Unione a rivedere la propria traiettoria regolatoria, e ora la pressione personale di Puzder sui singoli dossier.

Il Cloud and AI Development Act, in questo quadro, non è semplicemente una proposta industriale. È una scelta di campo che la Commissione si trova costretta a calibrare in tempo reale, mentre negozia con il Consiglio e il Parlamento la definizione del nuovo deal commerciale transatlantico – il cosiddetto Turnberry Deal annunciato nel luglio 2025, ancora in attesa di intesa interistituzionale.

Il problema strutturale

Resta una questione di fondo che il rinvio rende soltanto più visibile. L’Europa, come ha mostrato il rapporto Draghi del 2024, sconta un divario di capacità computazionale rispetto agli Stati Uniti che nessuna regolazione può colmare nel breve periodo. Anche i sostenitori più convinti del CAIDA – la European DIGITAL SME Alliance, il Centre for Future Generations con la sua proposta di Special Compute Zones – riconoscono che il successo del regolamento dipenderà meno dal testo in sé che dalla volontà effettiva degli Stati membri di acquistare europeo: di indirizzare il proprio procurement pubblico verso fornitori UE invece di continuare a stipulare, in parallelo, accordi bilaterali con gli hyperscaler statunitensi mentre a Bruxelles invocano la sovranità.

È la contraddizione che attraversa l’intera agenda di sovranità tecnologica varata dalla Commissione von der Leyen II. Si vuole più autonomia, ma non si vuole pagarne il costo industriale immediato. Si vuole una regolazione robusta, ma senza il prezzo geopolitico delle ritorsioni transatlantiche. Si vuole una «coesistenza gestita» con i fornitori americani — è lo scenario che alcuni analisti del settore considerano ormai più probabile della frammentazione digitale piena — ma senza definire chi controlla davvero i dati.

Il 3 giugno, salvo nuovi slittamenti, sapremo se la Commissione ha mantenuto l’ambizione iniziale o se ha riscritto il testo in chiave più conciliante. Sarà, in ogni caso, un test molto preciso di cosa l’Europa è disposta a fare quando «autonomia strategica» smette di essere uno slogan e diventa una bozza di regolamento.