Chi può comprare un’azienda europea che sviluppa intelligenza artificiale? Da oggi, non più chiunque. L’Unione Europea ha chiuso un accordo che riscrive le regole sugli investimenti esteri nei settori strategici – e l’AI è ovviamente in cima alla lista.
Il nuovo Regolamento sullo screening degli investimenti esteri diretti (FDI), negoziato tra Parlamento, Consiglio e Commissione, introduce per la prima volta un obbligo: tutti gli Stati membri devono dotarsi di un meccanismo di controllo sugli investimenti stranieri. Non è più una scelta – è una regola comune.
Il punto centrale è l’intelligenza artificiale. I modelli di AI “general-purpose” con applicazioni nel settore della difesa e dello spazio sono stati classificati come “iper-critici”: lo screening su queste operazioni diventa obbligatorio. Cosa significa in concreto? Che se un fondo sovrano cinese, saudita o di qualsiasi Paese extra-UE vuole acquisire un’azienda europea che sviluppa modelli fondazionali di AI, l’operazione può essere bloccata per ragioni di sicurezza nazionale.
L’Italia su questo è più avanti di molti. Il regime del Golden Power — evoluzione della vecchia Golden Share – copre già intelligenza artificiale, semiconduttori, cybersecurity, cloud computing e infrastrutture digitali critiche. I numeri lo confermano: a metà 2025 le notifiche FDI ricevute dal governo superavano le 835, in crescita del 15% rispetto all’anno precedente. E dal 2023, anche le riorganizzazioni interne ai gruppi societari che coinvolgono proprietà intellettuale legata all’AI e che toccano entità extra-UE devono essere notificate.
Ma c’è una novità che pochi hanno raccontato. La Commissione ha chiesto agli Stati membri di monitorare anche gli investimenti in uscita (outbound investments) – cioè dove le aziende europee investono fuori dall’UE. I settori sotto osservazione: semiconduttori, intelligenza artificiale e tecnologie quantistiche. I report nazionali sono attesi entro giugno 2026. È il primo passo verso un sistema di controllo bidirezionale: non solo vigilare su chi entra nel mercato europeo, ma anche su chi esce portandosi dietro conoscenze critiche.
Il contesto geopolitico rende tutto più urgente. La guerra in Iran ha ricordato all’Europa quanto sia vulnerabile la sua dipendenza energetica. Ma la prossima dipendenza strategica è tecnologica: chi produce i chip, chi addestra i modelli di AI, chi possiede i dati. L’Europa lo ha capito e sta costruendo le difese.
Eppure resta una contraddizione di fondo. Il 92% dei manager italiani prevede un aumento degli investimenti in AI nel 2026. Le 19 “AI Factories” europee saranno operative entro fine anno. L’AI Act, primo quadro normativo al mondo sull’intelligenza artificiale, è pienamente applicabile. Ma gli investimenti europei in AI restano una frazione di quelli americani e cinesi.
Regolamentare senza innovare è come costruire una fortezza attorno a un campo vuoto. Difendere è importante, ma non basta. L’Europa deve decidere se vuole essere solo un regolatore o anche un protagonista.